Editoriale - Maxi Milan, Mini Inter

Analizziamo il momento diametralmente opposto delle milanesi dopo la vittoria di Udine dei rossoneri e la sconfitta interna contro il Novara dei nerazzurri.

di Sergio Stanco

Wesley Sneijder - Inter (Getty Images)
Getty Images
La vittoria di Udine è un messaggio forte e chiaro alla Juve che, forse, dopo la vittoria di Milano poteva pensare in maniera superficiale di essere la “favorita”. I goal di Maxi ed El Sharaawy hanno costretto i giocatori bianconeri a ritappare lo champagne. In realtà, già dopo l’exploit in Coppa Italia, tutti si erano affrettati a buttare acqua sul fuoco: a Conte e i suoi ragazzi torna comodo stare nell’ombra, scaricare la pressione e recitare il ruolo dei miracolati.

E’ pur vero che la gara di San Siro ci aveva spinti a definire la Juve la “più forte”, perché tra le due mostrava migliori meccanismi di squadra: la vittoria di Udine ha ulteriormente confermato quest’assunto, perché arrivata grazie alle giocate dei singoli, di pancia e orgoglio e anche per una papera determinante del portiere avversario.

Tutto vero, ma se lo facessimo notare ad Allegri, probabilmente ci risponderebbe che se vinci giocando bene, o se o ci riesci pur non entusiasmando, alla fine son sempre tre punti. E quelli di Udine per i rossoneri sono maledettamente importanti.


C'è stata la reazione del Milan e del suo tecnico, che ha dato la scossa
Forse, ma ovviamente non ve n’è certezza, se Handanovic non avesse sbagliato la respinta sul tiro non irresistibile di El Sharaawy, la rimonta non si sarebbe concretizzata. Ma al di là dell’episodio positivo, c’è stata la reazione della squadra, ma anche quella del suo tecnico in panchina, che ha impartito la scossa. E, infine, l’episodio positivo te lo devi anche andare a cercare. Tutto quello che l’Inter non è riuscita a fare. Il pubblico di San Siro se l’è presa prima con Ranieri – reo di aver dato fiducia a Chivu e sostituito Poli – e poi con Moratti – al quale viene contestato l’immobilismo sul mercato -.

Detto che alcune scelte del mister non sono piaciute neanche a noi, se la soluzione fosse così facile – far giocare Poli e Nagatomo (con tutto il rispetto, avessi detto Xavi e Bale...) – i nerazzurri non si troverebbero in questa situazione. La verità e che la rosa a disposizione è in gran parte composta da giocatori “consumati”.

Se per rilanciarti in classifica devi contare sul rientro del 33enne Stankovic, affidarti ancora a Zanetti, Cambiasso, Cordoba e Chivu, sperare solo ed esclusivamente nella vena del Principe davanti, allora non si possono pretendere miracoli. Se, poi, nessuno riesce a far capire a Snejider che in questi momenti i salvatori della Patria sono più dannosi che utili, allora è finita.


L'Inter è da rifondare e ricostruire ma con una vera e precisa strategia
Questa squadra, lo diciamo da tempo, è da rifondare, ma la ricostruzione dovrebbe seguire una precisa strategia di rinnovamento e rafforzamento e non una politica di toppe messe ad michiam, come avrebbe detto il grande professor Scoglio.

Laddove invece ci sarebbe da rinforzare, la società smembra – leggasi la cessione di Thiago Motta proprio nella zona nevralgica del campo, per inciso quella più bisognosa di ritocchi qualitativi – e poi rappezza con controfigure ritenute indegne di vestire la prestigiosa maglia nerazzurra.

Non lo diciamo noi, parlano i fatti: se anche quando non hai praticamente alternative, aspetti il rientro di Deki e Palombo rimane mestamente seduto in panchina, significa che non ci credi. Ma allora perché l'hai preso e, soprattutto, chi l'ha scelto?

Forse con Palombo in campo non sarebbe cambiato nulla, di certo lui è l'ennesima testimonianza che la vera strategia in casa nerazzurra si chiama "Caos". E pure disorganizzato.


 
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